"Il voto si avvicina, il Pd si prepari"
Fine corsa. Sta evaporando il sogno di un governo di transizione, tramonta l'idea della riforma elettorale (anche per le divisioni del Pd)."Il berlusconismo ci porta alla fogna"
Il segretario dei democratici invita a dar vita a una alleanza per una "nuova riscossa italiana". S'abbraccia con il sindaco “rottamatore” di Firenze Renzi ma spiega: «Sì alle critiche, ma anche affetto per la ditta».Festa Democratica: verso Milano 2011
Siamo alla terza Festa Democratica a Milano. Confesso di essere emozionato nel prendere parte a questo evento per la prima volta da segretario metropolitano."Un'Alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi"
La svolta di Bersani: "E' ora di suonare le nostre campane. Occorre l'impegno univoco di tutte le forze progressiste."
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"Fini è fuori dal partito"
"Fini è fuori dal partito". "Non lascio, dovranno trattare su tutto"
"Si pone problema della Camera". "La presidenza della Camera non è nelle disponibilità del presidente del Consiglio".
29-07-10
ROMA - L'ufficio di presidenza del Pdl ha votato il documento in cui sono contenute accuse sull'atteggiamento tenuto dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Oltre al deferimento ai probiviri di tre deputati: Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Fabio Granata. A votare no al documento sono stati i finiani Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pasquale Viespoli. Quindi nessuna espulsione, ma una dura censura politica e tre deferimenti ai probiviri (non Fini). Secondo quanto riferiscono alcune fonti, i finiani avrebbero sollecitato 24 ore di tempo prima di arrivare alla rottura.
PROBLEMA PRESIDENZA CAMERA - Silvio Berlusconi all'ufficio di presidenza ha letto il documento redatto insieme ai vertici del Pdl. Nel documento, secondo quanto si apprende, «si pone il problema della presidenza della Camera» e si ripete che «in questo modo non si poteva più continuare». «Abbiamo provato in tutti i modi a ricucire con Fini, ma non è stato possibile», ha spiegato, sempre secondo quanto si apprende, il Cavaliere.
VIE LEGALI - L'ipotesi dell'espulsione. In quest'ultimo caso, infatti, Fini potrebbe ricorrere alle vie legali, appellandosi al giudice ordinario, sulla base dell'articolo 700 del Codice di procedura civile. Il presidente della Camera ha rivelato il progetto ad alcuni dei suoi. Il piano al momento resta l'ultima risorsa, ma metterebbe il Pdl nelle mani della magistratura. L'ex leader di An potrebbe infatti chiedere ai giudici il reintegro immediato degli esponenti sospesi dal partito. «Avrebbe anche buone possibilità di riuscita», ammette una fonte parlamentare del partito. Il ricorso avrebbe conseguenze politiche devastanti. «Un ricorso provocherebbe ulteriori danni di immagine», dice un deputato berlusconiano.
LA TREGUA RIFIUTATA - La scelta della sospensione arriva dopo una notte insonne e di passione tra mercoledì e giovedì alla fine della quale, dopo un lungo confronto al quale ha preso parte anche Giuliano Ferrara, Berlusconi ha spiegato che l'offerta di tregua di Gianfranco Fini, «resettiamo tutto e onoriamo l'impegno con gli italiani» (avanzata attraverso un'intervista a Il Foglio, appunto) è arrivata troppo tardi, fuori tempo massimo. Così, nel vertice durato oltre quattro ore a Palazzo Grazioli, il premier e gli altri partecipanti, secondo quanto riferito da diversi presenti, non hanno fatto che ribadire la posizione già assunta mercoledì mattina e messa nero su bianco in nottata in un duro documento di censura politica nei confronti del cofondatore del Pdl considerato ormai da tempo lontano dalla linea del partito.
I FINIANI SI ORGANIZZANO - Ovviamente i finiani non sono rimasti a guardare, anzi stanno organizzando gruppi autonomi sia alla Camera che al Senato e in entrambi i rami del Parlamento avrebbero i numeri sufficienti per farlo. Tutto però resta in sospeso in attesa di conoscere il testo definitivo della «scomunica».
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30-07-10
ROMA - Prosit. Fuori da lì, la tempesta. Dentro, nella buvette di palazzo Montecitorio, negli stessi istanti in cui il premier Berlusconi sta per "sfiduciare" il presidente della Camera, Gianfranco Fini ordina un flute di prosecco. E lo sorseggia sereno. Sono da poco passate le 19. A quel punto, d'altronde, tutto è ormai compiuto. Resta solo l'amarezza nel dover abbandonare la nave che ha contribuito a costruire.
Il documento che da lì a un paio d'ore sancirà la "incompatibilità" e la rottura politica definitiva tra i due cofondatori del Pdl sarà solo un tot più duro del previsto. Fini lo legge nello studio della presidenza, circondato dai "deferiti" Bocchino, Granata, Briguglio, tra gli altri. "La presidenza della Camera non è nelle disponibilità del presidente del Consiglio, non può decidere nulla" è la prima constatazione che fa d'istinto. Poi, "con un testo così, sarà evidente a tutti che sono loro ad averci cacciato, ad averci costretto a fare gruppi autonomi. Andremo dal capo dello Stato per comunicare la nascita della nuova formazione in Parlamento e per far presente che comunque faremo parte della maggioranza" taglia corto Fini.
L'ultimo strappo si consumerà oggi, quando la squadra degli ormai ex Pdl - in serata diranno di aver raccolto 33 firme alla Camera e una dozzina al Senato - annuncerà la nascita dei gruppi autonomi. Ma il dado era tratto almeno da ieri mattina. Fini e Berlusconi, a pochi metri l'uno dall'altro nell'aula di Montecitorio, in occasione del voto finale sulla manovra, non incrociano neanche lo sguardo. Figurarsi il saluto. Ormai è chiaro che il presidente del Consiglio va dritto verso la rottura nell'ufficio di presidenza del partito convocato ad hoc per la sera. Il cofondatore legge prestissimo i giornali che racconto del no di Berlusconi all'ultimo ramoscello di pace offerto dalle colonne del Foglio. Italo Bocchino bussa alla presidenza già prima di pranzo e porta le venti firme dei deputati iscritti alla fondazione "Generazione Italia" pronti a seguirlo nello strappo. Gli altri, l'ex leader di An li chiamerà uno per uno, al telefono, alcuni li riceverà di persona, soprattutto i senatori che via via arrivano a Montecitorio per votare i membri laici del Csm.
A Granata, che sarebbe per il ritiro immediato della "delegazione" nel governo, spiega che no, che sarebbe controproducente, un regalo agli avversari. Nello studio sfilano in tanti, il ministro Ronchi, il sottosegretario Andrea Augello, Giulia Bongiorno. A tutti Fini racconta che il nuovo gruppo - che anche nel nome probabilmente richiamerà al concetto a lui caro del "patto repubblicano" (ma i nostalgici vorrebbero rispolverare An) - sarà "fedele al programma di governo: lealtà e correttezza, abbiamo un dovere etico nei confronti degli elettori". Anche se i pasdaran del fronte finiano non la pensano tutti allo stesso modo. "Il ddl intercettazioni è già affondato, ed è una nostra vittoria, il resto lo discuteremo quando arriverà in aula - dice in Transatlantico un deputato d'area - a cominciare dalla riforma della giustizia". Nonostante le rassicurazioni, è la prospettiva del Vietnam al quale tanti finiani si preparano a trascinare il governo alla Camera, alla ripresa, sulle orme di quel che accadde all'ultimo governo Prodi al Senato.
Berlusconi convoca nuovamente coordinatori e capigruppo a Palazzo Grazioli, è il primo pomeriggio, c'è da mettere a punto il documento da mettere ai voti in serata nel parlamentino Pdl. Nello studio di Fini al primo piano di Montecitorio è un via vai continuo. "Adesso - quasi rassicura il presidente rivolgendosi ai deferiti - dovranno spiegare loro perché mettono fuori i nostri, solo per aver parlato di legalità, per tenere al loro posto Verdini e Cosentino". Le firme in quella sorta di giuramento di fedeltà, sono più di trenta e sono ormai al sicuro sulla sua scrivania. C'è anche quella dell'unico ministro finiano, Andrea Ronchi, del vice ministro Urso, dei sottosegretari. Il ministro per le Politiche comunitarie firma, poi in serata va in ufficio di presidenza e vota contro il documento di rottura. Come lui, diranno no Urso e Viespoli.
Per il momento nulla cambia al governo. Ministro e sottosegretari resteranno al loro posto. "Perché nulla cambierà nella nostra posizione rispetto al governo e Berlusconi ha avuto parole di stima nei nostri confronti" dirà Ronchi all'uscita. Ma tutto precipita. In quelle stesse ore, a strappo consumato, i finiani notificano al capogruppo Cicchitto l'addio al Pdl. Gianfranco Fini, a tarda ora, convoca per oggi la conferenza stampa in cui dirà la sua e darà il suo, di addio. È l'ultimo atto della giornata più lunga. Poi tira un sospiro e lascia il Palazzo. Oggi si apre un'altra storia.
Da www.corriere.it e www.repubblica.it
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