Intervento in Assemblea Nazionale del Pd del 7 luglio

Care amiche e Cari amici,

mi scuso con voi se ancora una volta torno a disturbarvi ma sabato si è svolta una importante assemblea nazionale del Pd che si è chiusa con l'elezione a segretario di Maurizio Martina.

Vi confesso il disagio provato in alcuni momenti per i toni e un clima che non aiutano a ritrovare il passo e il senso di una comunità politica.

Vi allego ciò che ho detto nel mio intervento (link al video e testo integrale) .

Grazie dell'attenzione e l'augurio di una estate serena.

Gianni

 

 

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ASSEMBLEA NAZIONALE PD – ROMA HOTEL ERGIFE, 7 LUGLIO 2018

 

INTERVENTO DI GIANNI CUPERLO

 

Penso che la scelta di eleggere Martina assieme alla decisione sui tempi del congresso dipendano entrambe dal giudizio che noi diamo su questi mesi.

Credo sarà questo giudizio, anche in vista del congresso, a segnare il confronto tra noi. Perché puoi perdere malamente le elezioni. E questo è avvenuto. Ma non si dovrebbe sbagliare l’analisi. Lo dico perché liquidare questo governo come il più a destra nella storia della Repubblica è assieme una verità e un abbaglio.

La verità è nel fatto che la Lega con tutta evidenza è una forza di destra. Direi che è persino peggio. Nel senso di fare del nazionalismo – cioè l’incubo che ha segnato le grandi tragedie del continente – la sua bandiera. Quella cultura oggi sfida l’Europa nella sua stessa identità –  l’integrazione – e per farlo incrina dei pilastri di civiltà. Lo fa nel segno un riscatto di popolo dopo il gelo della crisi e l’impoverimento di masse enormi di cittadini.

Ora, il cuore di questa politica è una ideologia. Potente, come sanno essere le ideologie quando trovano legittimazione nel bisogno. Ma con una novità. Che questa destra del ‘900 non archivia solamente i regimi totalitari, ma la cultura liberale e il suo bagaglio. Lo fa con un obiettivo preciso: rovesciare il compromesso sociale dell’ultimo quarto di secolo.

Fondere i valori progressisti sul terreno della democrazia con le dottrine liberiste in economia: questa è stata la dottrina alla quale l’intera sinistra europea si era adeguata e che ha segnato l’atto di nascita del Partito Democratico. L’economia era un dogma – flessibilità, precarietà, il mondo globale – e noi potevamo al massimo smussare gli spigoli. Questa Destra è pericolosa perché vuole imporre la logica opposta. Punta a ricette economiche e sociali tipiche della sinistra e le accompagna ai valori più tradizionali e regressivi della destra. Il nostro nemico penso stia qui.

Se non vediamo questa operazione e l’impatto che ha su società scosse alla radice, noi non comprendiamo il balzo della Lega, la forza del nuovo nazionalismo e il collasso dell’impianto socialista. Per questa destra l’Europa è la fortezza da espugnare. E le elezioni del prossimo anno lo scalpo da esibire. Per questo le frasi di Pontida sulla “Lega delle Leghe” non sono solo minacce. Il traguardo è rompere le famiglie politiche del vecchio secolo e tornare a un’Europa delle Nazioni nel segno di una rivolta di popolo contro le élite. Se la sinistra per fermare questo disegno si mette a difesa dell’Europa che c’è sarà travolta. Se poi la risposta fosse l’unione degli europeisti contro i barbari la sconfitta potrebbe assumere i contorni della disfatta. Io penso che vi sia un solo modo per impedire che quella destra vinca. Ed è sfidarli sullo stesso terreno: quello di un pensiero nuovo e di soluzioni alternative alle loro.

Per farlo però devi cogliere la quota di verità che è presente in alcune cose che dicono. E smetterla di idolatrare le nostre ragioni come fossero ancora e per sempre le tavole della legge. Valori della destra, ricette che parlano ai bisogni: non è una cosa banale. Se il primo decreto del governo (in molte parti sbagliato) annuncia un contrasto alla precarietà…se quel decreto riceve l’attenzione del sindacato e il biasimo di Confindustria…tu puoi cavartela dicendo le stesse cose che dice la Confindustria. Ma io temo che su quella linea – al netto che alcune cose non le condivido nel merito – noi non saremo in grado di recuperare consenso nel mondo del lavoro o tra chi un lavoro lo cerca. E allora forse appare più chiaro perché sul Jobs act alcune ragioni le avevamo noi. Non per un antico riflesso ideologico. Ma perché anche quella norma seguiva nell’ispirazione il corso sconfitto di una stagione che si andava chiudendo. Adesso la prova è aprirne – è pensarne – una diversa.

Credo che la strada difficile da percorrere sia spezzare un legame che può saldarsi tra la lotta per ridurre povertà, privilegi, diseguaglianze, e le peggiori spinte securitarie e razziste. Al fondo la democrazia liberale è solo una parentesi nella storia lunga dell’Europa. Il punto è che oggi quell’idea di democrazia è di nuovo sotto attacco. Noi dobbiamo attrezzarci a questo conflitto. E lo facciamo soltanto se ripartiamo anche dalle fratture di classe. L’idea di società armonizzate dall’alto – una visione fiabesca, onirica, dove imprenditori e lavoratori sono protesi per vocazione e interesse allo stesso traguardo – ha aperto la via al ritorno dei peggiori reazionari travestiti da liberatori.

Bisogna dire la verità. Che Adriano Olivetti oggi è un patrimonio dell’Unesco. Ma non è un patrimonio del capitalismo. E se un imprenditore dice testualmente “Io stimo Renzi perché è riuscito ad ammazzare i comunisti”, Renzi ovviamente non ha alcuna responsabilità. Ma la colpa l’abbiamo noi che quell’imprenditore all’atto di nascita del Pd abbiamo eletto deputato sotto questo simbolo.

E allora il congresso serve non a regolare dei conti tra noi ma ad arrivare in piedi a quelle urne – maggio 2019 – che diranno se l’Europa è all’ingresso di un nuovo terribile inverno. Oppure se possiamo ricostruire una relazione tra i popoli e rifondare la sinistra in uno spazio che non può limitarsi all’afonia del Partito del Socialismo Europeo. Questo a me pare il tema dei prossimi mesi, forse dei prossimi anni. Noi non torneremo a vincere contrapponendo propaganda alla propaganda. Noi dobbiamo batterli nel conflitto aspro, frontale, delle idee. Fare emergere – fare esplodere – le loro contraddizioni. Cercare in ogni modo – se ne siamo capaci – di spaccare la potenziale coalizione tra Lega e 5Stella perché domani non divenga l’offerta del primo partito di destra e di massa in Europa dopo il 1945.

Penso che questo sia quasi un compito storico. Che chiede un partito. Una discontinuità di fondo con la strategia di questi anni: senza rinnegare i meriti che ci sono, ma senza rimuovere i limiti. E serve un cambio di classe dirigente. Ma anche un cambio del modo in cui si concepisce il ruolo di una classe dirigente. Perché non si è per forza establishment quando si esercita un ruolo di governo. Establishment lo si diventa quando spezzi il tuo legame con quella parte di società che ti candidi a rappresentare. Tutto questo chiede un nuovo programma fondamentale da scrivere disturbando quella parte del paese che in questi anni non ha smesso di pensare, indignarsi, lottare. Non siamo stati noi all’altezza di quella parte, ma quella parte c’è.

Lo dico ancora all’ex segretario del mio partito. Io non vivo nel segno della nostalgia. Io non penso che possiamo ripartire da dove siamo partiti. Sarebbe una sconfitta drammatica. Lo capisco perfettamente. Lui ha citato un capolavoro di Roberto Vecchioni come “Luci a San Siro”. Io capisco che non è più tempo di intonare “Bandiera Rossa” ma neppure puoi sostituire “Bandiera Rossa” con “Uno su mille ce la fa” perché non è un inno che porta un popolo a riconoscersi in quella identità. Se il nostro congresso sarà questo noi potremo rialzarci.

Se invece questo confronto noi lo eviteremo – se si continuerà a dire – stamane l’ho sentito ripetere molte volte – che noi abbiamo perso perché abbiamo discusso troppo, perché abbiamo segato il ramo dove eravamo seduti….io vorrei dire a Matteo “guarda che io in questi anni posso aver detto un sacco di cose sbagliate, posso aver fatto un sacco di errori, ma la mia piccola, modestissima storia, coerenza, dignità, quella tu non la calpestare per piacere, non lo fare. Io ho detto quello che pensavo. L’ho detto nelle sedi di partito, davanti a un microfono come questo. Nelle riunioni della direzione, nelle assemblee dei gruppi parlamentari. Ho fatto le mie battaglie e quasi sempre le ho perse. Io non mi sono candidato alle elezioni anche per il modo in cui è stata gestita la questione delle liste, ma dal giorno successivo io ho fatto e vissuto la campagna elettorale come sempre nella mia vita, a pancia a terra. Sono andato dovunque mi abbiano chiamato. Sono andato con Rosa Maria nel tuo collegio, a Scandicci, a parlare bene di noi, a chiedere il voto per il Pd, a rivendicare i meriti del tuo governo. Ho vissuto la campagna elettorale come so fare rivendicando tutto il buono che c’è stato. E oggi sono tornato alla direzione del mio partito e sono un cassaintegrato a zero ore come altre decine di lavoratori. E sto cercando un lavoro come è giusto che sia, ma non accetto che questo percorso, individuale e collettivo venga slegato dalla storia che abbiamo alle spalle. Ho ascoltato il lungo elenco delle motivazioni per la sconfitta, ho messo in fila le cose e tradotto i riferimenti coi nomi, e allora forse sì, è vero, abbiamo perso a causa mia, nostra, delle minoranze, di Gentiloni e Zanda, e Ezio Mauro e i social e Liberi e Uguali. Ma un errore lo avremo fatto anche noi nella politica di questi anni, nel modo di impostare la campagna elettorale oppure è sempre colpa degli altri?”.

Se noi non affronteremo questa discussione, se continueremo a dire che Lega e 5Stelle sono la stessa cosa, se cercheremo l’unanimismo come garanzia di equilibri nel potere – allora la cronaca ci condannerà. Magari qualcuno se la caverà alzando la voce. Ma il mondo – e la povera gente – non saranno da questa parte. Io penso che al fondo ognuno di noi si trova ad affrontare nella vita una battaglia vera. Quasi sempre nella politica è una e una soltanto. Per molti di noi penso che sia venuto oggi il momento della nostra battaglia.

Buona fortuna.

 

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